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A pochi mesi dal suo avvento, Lively, chiude i battenti. Il mondo 3D con cui Google ha cercato di imporsi come competitor di Second Life (l’universo virtuale più popolato al mondo), non sarà più disponibile a partire dalla fine di quest’anno.

Big G annuncia sul blog ufficiale la notizia con un articolo breve e in cui non lascia molto spazio alle spiegazioni: la resa dell’investimento non è stata soddisfacente.

La news lascia sconcertati sia perché vede coinvolto Google, sia perché in tanti credono nelle potenzialità dei mondi virtuali in termini di visibilità ed opportunità di business per le aziende.

Tantissimi sono i brand che hanno investito dal 2003 in Second Life, il mondo virtuale creato dalla società di San Francisco Linden Lab. I vantaggi cui hanno puntato non sono soltanto in termini di visibilità: un numero sempre più numeroso di compagnie internazionali sfrutta la possibilità di creare proprie isole con palazzi ed uffici virtuali dove organizzare meeting, eventi e corsi formativi per i propri impiegati, con evidenti risparmi di tempo e costi.

In effetti, le opinioni sui reali benefici per le aziende che investono nel cyberspazio non sono affatto unanimi. C’è, infatti, chi ritiene che la realtà virtuale, e quindi Second Life, il mondo virtuale per eccellenza, non sia abbastanza maturo. Gli utenti vedono nel metaverso soltanto uno strumento di socializzazione che, a differenza di social network come Facebook, offre loro la possibilità di vivere una seconda vita, avere un’altra chance per mostrarsi come si preferisce e fare ciò che si desidera.
Il popolo dei mondi virtuali sarebbe dunque poco interessato agli acquisti online.

Anche la curiosità degli utenti per la seconda vita in un mondo virtuale sembra però andar scemando. A sostenerlo è Eric Reuters, ex inviato della maggiore agenzia di stampa del mondo, che ha lavorato su Second Life per un anno e mezzo: “Second Life non sta morendo ma la curiosità e l’eccitazione degli utenti sono scomparsi. La gente è stanca di sprecare centinaia di ore guadagnando quantità insignificanti di denaro, di sperimentare il cambio di sesso o di specie, di intraprendere conversazioni casuali con sconosciuti o meglio ancora di fare sesso virtuale”.

Questa è stata la motivazione con cui l’agenzia, che aveva aperto una redazione nel mondo virtuale, ha abbandonato dopo due anni Second Life.

Che la chiusura della giovanissima Lively di Google sia proprio una scelta fatta in previsione della crisi che presto interesserà gli universi virtuali?

Di questo non sembra al momento preoccuparsi la società di San Francisco, e tale tranquillità traspare dalle parole dell’Amministratore delegato della Linden Lab, Mark Kingdon:“La curiosità può scemare ma non il successo. Su di noi hanno investito aziende come Cisco, IBM, Orange, Vodafone: a Second Life la crisi non è mai arrivata”.

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